L’editoriale

Parliamo un po’ di sprechi alimentari.
«L’analisi realizzata nel 2011 dalla FAO stima gli sprechi alimentari nel mondo in 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, pari a circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano, mentre un’altra ricerca (Smil, 2010) indica che solo il 43% dell’equivalente calorico dei prodotti coltivati a scopo alimentare a livello globale viene direttamente consumato dall’uomo» – cito dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition.
E si moltiplicano le iniziative e le idee per ridurre questo spreco, dalla cucina con gli avanzi (Lisa Casali docet) alle campagne del Banco Alimentare, alle app per condividere il cibo avanzato, al “Cenacolo”, ovvero la mensa in cui 40 chef stellati cucineranno gli “avanzi” dell’Expo2015 per i poveri.
Breve parentesi: ovviamente, commentando quest’ultima iniziativa, c’è stato chi si è indignato perché ai poveri sarebbero toccate le alette di pollo scarnificate, la pasta pluriscotta, i torsoli e le bucce di pera… Inutile dire che la (bellissima) idea consiste nell’utilizzare gli avanzi veri, le portate non servite, le derrate deperibili non consumate, per creare un “refettorio” appunto per quelle persone che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, e a volte anche a cominciarlo, per quelli che frugano nei sacchi dell’immondizia quando è finito il mercato (inciso: e si vedono commercianti allungare con affetto quasi distratto, così, sacchetti con frutta e verdura a vecchine ricurve, e non solo), per chi sta cercando di ricominciare e per chi vi ha rinunciato. Anziché buttare tutto nell’umido.
Certo, c’è un problema. Mi aspetto che da un giorno all’altro l’Associazione per la Protezione delle Formiche, la Lega per la Dieta degli Animali Randagi, il Battaglione per la Corretta Alimentazione dei Cormorani Terricoli, il Comitato Etico per il Becchettìo dei Passerotti protestino per la sottrazione di risorse ai loro protetti.E noi? Cosa possiamo fare noi, gente comune, per questi problemi? (Quelli degli sprechi, non quelli dei passerotti, ai quali peraltro spesso riservo bricioline gustose…).
Io personalmente cerco di non sprecare nulla, di eliminare ogni singolo brandello di cibo, di non lasciare piatti semipieni ai vari party e cene e ricevimenti e aperitivi. Lo so, è un duro lavoro, ma va fatto. E io amo sacrificarmi per la comunità. Nonostante i problemi e le difficoltà che incontro pressoché quotidianamente.
La maggiore difficoltà? I piatti, gli assaggi, le preparazioni presentate secondo la “moda” più recente, molto scenografica, ma ahimé altrettanto se non più impegnativa per il normomangiante: tutto quanto è ridotto, concentrato, porzionato in dimensioni da sette-nani-di-Biancaneve, ed è accompagnato da un’altrettanto microscopica frantumazione, polverizzazione, atomizzazione degli ingredienti vuoi costituenti vuoi di contorno che lo accompagnano – dagli antipastini alle fette di salame, dalle tagliate di carne ai blinis (preferibilmente con caviale a parte, sparpagliato ovviamente ad arte), dalle insalate accuratamente sminuzzate ai singoli maccheroni adagiati sui loro sughetti, e tutto è attorniato da petali, sepali, semini, macchie di salsine, foglioline di erbe odorose, grani di sale preferibilmente marezzato, spume bavose spalmate sul fondo, coriandoli di chicchi di assaggi sferificati e plutonizzati, verdurine miniaturizzate seccate ridotte… tutto quanto viene proposto per di più, oltre che su normali piatti bianchi di forma rettangolare, icosaedrica, ondulata, a conchetta, su lastre d’ardesia, su pietre pomici, su massi di calcare, su cristalli di quarzo.

Che se appagano certo l’occhio, l’artista mancato che c’è in ognuno di noi, l’Escoffier con pericolosi penchant per il rinascimental-barocco, non favorisce certo l’atto vero e proprio del mangiare, il sollevare dalla superficie l’alimento, la raccolta, che si immagina necessaria per godere appieno della preparazione, di tutti gli ingredienti sparsi all’intorno del centimetro cubico di trippa alla cacciatora, del cucchiaino di polenta taragna, dell’atomo di ciauscolo liofilizzato ed emulsionato…
Nella foto, Galoppo di bavosa allo specchio quarziforo.
Si mangia prima con gli occhi, è vero; con il naso, anche, ma se si annusa troppo forte, si corre il rischio di inalare anche la microcotoletta e i suoi atomi di patate fritte.
Emanuele Bonati