L’editoriale

Che poi ci sono tante piccole cose nella food-blogosfera, e più in generale nel mondo food virtuale, su cui si potrebbe arricciare il naso, quante ce ne sono nella carta stampata, ovvero nella vita reale. Piccoli disgusti quotidiani, “disgustini” per carità, che però ti danno quel brividino di orrore e raccapriccio che non ti rovina la vita ma te la accarezza contropelo.

Qualche brivido me lo danno certi tweet in inglese con cui si rilanciano articoli pubblicati online – al di là della sintesi ma anche della sintassi, esempi di disgrafia che si fatica ad accettare come dovuti alla concitazione del mezzo, o alla naturale sinteticità twittatoria.

Un brivido ghiaccio l’inglese di certi camerieri – per lo più svaria da “Yes, bonjour” a “De caffè is on de tebol” a “scusa puoi venire un attimo che non capisco questa qua!”, con punte d’eccellenza tipo “yes the pizza marinara is sea, with acciughe, tomato, senza mozzarella”. Oppure è fluido e competente, come qualche sera fa da Lievito Madre al Duomo, o tempo addietro alla Trattoria Milanese. Certo – noi italiani ci facciamo capire, e così via. Ma sono trent’anni che faccio libri di scuola, anche d’inglese: una delle grammatiche che ho redazionato, The Grammar You Need, ha venduto decine di migliaia di copie: sembra che nessuno le abbia mai aperte.

Il naso mi si arriccia e non poco di fronte a notizie giornalistiche ad es di frodi alimentari o di violazione delle norme igieniche o di locali addirittura chiusi sequestrati per cibarie marcite e simili. A parte tutte le considerazioni ovvie, penso di poter condividere, almeno in parte, quello che dice Marco De Padova in un articolo su Facciadacibo: perché non viene pubblicato il nome del locale chiuso? D’accordo, forse perché prima bisogna accertare-verificare-acclarare per bene i fatti; e non è il caso di dare all’untore (e quindi mettere a rischio un’attività) prima di avere tutte le certezze del caso. E se un locale è chiuso, siamo tutelati – magari chiudere senza fare annunci alla stampa prima delle conclusioni? Non lo so: fra la tutela della salute, e quella dei lavoratori (specie se incolpevoli) e degli imprenditori (magari meno colpevoli di quanto sembri), ci sono diversi gradi di separazione, e non saprei bene come uscirne.

Brivido gelido – leggo su Facebook di presentazioni in cui le cartelle stampa (e gli eventuali gadget) non sono destinate a tutti gli invitati, ma solo ad alcuni (con frasi a mezza bocca tipo “no a quella non dargliela”). Diciamo che a volte ci si trova davanti a situazioni un po’ improvvisate, a professionalità che sembrano raccattate per strada (mi ricordo una presentazione sul cui invito era scritto l’indirizzo sbagliato: alla mia mail di garbata e spiritosa protesta il giorno dopo, venivo trattato un po’ come un deficiente: non pretendevo certo una cassa del liquore presentato come indennizzo, ma magari un cenno di scuse…).

Malsano, sporco, ingiusto

Cominciano anche a procurarmi leggerissimi pruriti di fastidio le parole d’ordine che accompagnano ormai qualsiasi intervista che abbia a oggetto il cibo. Anche qualche giorno fa su Repubblica a Giuseppe Battiston: il cibo deve essere sano e naturale, io quando sono in tournée cerco sempre di mangiare buono e stagionale, uso solo ingredienti bio, ora sono a Torino e sto in un appartamento dove posso cucinare, vado al mercato dei contadini, e via di seguito.

Tutto bello buono condivisibile ovvio – lo dicono anche gli chef stellati o aspiranti tali, i cuochi cappellati o inforchettati, i camerieri le massaie i ragazzini nella mensa della scuola.

Ma Il ripeterelo continuamente non toglie valore all’affermazione? Non dovrebbe essere scontato? Ovvero, fino a qualche anno fa cosa si mangiava?

La reiterazione del concetto potrebbe provocare una reazione di rigetto? Che so…

Qui si cucinano solo ingredienti surgelati.

Provate la nostra polenta ogm: rosa carminio per un sanvalentino romantico.

I nostri ananas provengono dalle nostre piantagioni “Kunta Kinte” e sono raccolti rigorosamente a mano dai nostri lavoratori, che accettano di raccoglierli a mani nude senza bisogno di essere frustati più di due o tre volte al giorno.

Mangiate anche voi la mela più alta del mondo! Le Renette dell’Himalaya: raccolte a 8500 metri, arrivano sulla vostra tavola in sole quattro ore… più veloci della luce!

Il piatto del mese di giugno: caldarroste e nespole della Papuasia.

“Ai Quattro Salti”: scegliete direttamente il vostro pranzo dai nostri freezer e scongelatelo con la nostra pistola esclusiva a microonde.

In mancanza di ostriche congelate, potremmo essere costretti a usare del prodotto fresco: ce ne scusiamo anticipatamente con la clientela.

Cucinare in giallo: Cucina Calibro Noir

Giusto ottant’anni fa oggi veniva pubblicato Fer-de-lance di Rex Stout: Nero Wolfe si sedeva a tavola per la prima volta nella sua casa newyorchese di arenaria grigia sulla 35a ovest…

Ottant’anni dopo, io mi siederò a tavola alla Cucina dei Frigoriferi Milanesi, dove Cucina Calibro Noir e Beat Edizioni hanno preparato un menù “alla Nero Wolfe” per festeggiarlo (primo di una spero lunga serie…).

Wolfe non ci sarà – notoriamente on esce mai o quasi dalla casa di arenaria grigia eccetera eccetera; ci sarà Archie Godwin-Gigio Alberti, Luca Crovi, Camilla Baresani, Piero Colaprico e Hans Tuzzi.

In copertina: dolce di Halloween di Marcello Martinangeli  di Le Dolci Tradizioni, in via Ampère a Milano